C’è un’idea che circola da molto tempo negli ambienti professionali (e che resiste, nonostante tutto): che il lavoro serio richieda distanza emotiva e che chi si fa coinvolgere troppo sia meno efficace di chi sa mantenere la freddezza. Che la razionalità sia la sola bussola affidabile in azienda.
Personalmente, ho smesso di crederci da molto. Non per una questione teorica, ma per quello che vedo ogni giorno nelle aziende.
Il momento in cui tutto si blocca
Mi capita spesso di osservare questo schema: una persona competente, preparata, che conosce perfettamente il proprio lavoro, che a un certo punto si blocca. Non perché non sappia cosa fare, ma perché qualcosa (una critica ricevuta, una tensione con un collega, una scadenza che incombe) ha già preso il sopravvento prima che il lavoro cominci davvero. Si tratta del funzionamento normale di una mente umana in un contesto ad alta pressione. Il problema è che nessuno ci ha mai insegnato cosa fare quando accade.
Il paradigma dominante (quello che ci dice che in ufficio le emozioni vanno lasciate fuori dalla porta) non elimina le emozioni. Le spinge sottotraccia, dove continuano a lavorare senza che nessuno le governi. Il risultato è una razionalità che reagisce invece di scegliere.
Competenza emotiva: cosa significa
Preferisco parlare di competenza emotiva piuttosto che di intelligenza emotiva. Una competenza, infatti, si apprende, si allena, migliora nel tempo.
Non si tratta di diventare più sensibili, o di parlare di sé con i colleghi. Si tratta di sviluppare cinque capacità specifiche che, usate insieme, cambiano il modo in cui funzioniamo nelle relazioni professionali:
- Consapevolezza di sé. Riconoscere cosa si prova nel momento in cui lo si prova, senza aspettare che l’emozione esploda o si sedimenti.
- Autoregolazione. Non reprimere ma orientare, scegliere come rispondere invece di reagire in automatico.
- Motivazione interna. Non dipende da fattori esterni e dà un senso di direzione che rimane stabile anche quando le condizioni non sono favorevoli.
- Empatia. La capacità di leggere gli stati d’animo altrui e di usare quella lettura per costruire relazioni più efficaci.
- Abilità sociali. Il saper usare le prime quattro capacità con sensibilità e intuito.
Ho una buona notizia: nessuna di queste è innata. Tutte possono essere sviluppate.
L’emotività come motore, la ragione come guida
Come un motore, l’emotività dà la spinta, l’energia, la direzione di fondo. La guida della ragione indirizza questa spinta, la calibra, la trasforma in azione utile. Separarle o, peggio, credere che la ragione possa funzionare senza emotività, porta a un’efficienza fragile, che si incrina sotto la prima pressione.
Quando le due componenti lavorano insieme, invece, ecco succedere qualcosa di concreto: le decisioni diventano più chiare. Le relazioni reggono meglio ai momenti difficili, la motivazione non dipende più solo dalle condizioni esterne. E il livello di stress si abbassa, non perché i problemi spariscano, ma perché si cambia il modo in cui ci rapportiamo a loro.
Una domanda da portarsi dietro
Quale emozione tendi a silenziare più spesso quando sei al lavoro?
Non c’è una risposta giusta. Ma fermarsi a cercarla è un ottimo inizio. Perché la competenza emotiva non inizia con una tecnica o un modello. Inizia con la disponibilità a guardare quello che sta già accadendo dentro di noi e a smettere di considerarlo un semplice disturbo.
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